1986
El Cantar de Tony. Capitolo 7.
Seconda puntata. 6 Luglio 2005. Recco.
La vespa che borbotta, dicevamo. Da Genova a Recco, senza uscire dall'abitato, si cammina per 30 km. Altri 2, e c'è Camogli, e subito dopo c'è il promontorio di Portofino. Fra Recco e Camogli la statale Aurelia si solleva di 200-300 metri dal livello del mare. C'è un tornante, dopo una ripida salita. È qui che la vespa mi lascia, un'altra volta. Sono circa le 16, e forse questa è un'ora maledetta. Spingo vespa e bagagli in salita, sudando come un condannato a morte. Arrivato a metà strada, da un cancello si affaccia una svolta. Fare questo tipo di viaggi significa andare incontro alle svolte. È un uomo sulla cinquantina che si sta sistemando la villetta vista mare. Mi chiede cos'ha la vespa, mi dà un po' di carta vetrata per pulire le puntine, mi consiglia di interrompere la salita e ritornare in discesa verso Recco, dove c'è uno bravo con le vespe.
Si chiama Carfora, Battara, Panghiara. Non mi ricordo. Fatto sta che abbocco e torno indietro. Chiedo indicazioni, finisco davanti all'insegna di "Moto e basta": dovrebbe dirmi qualcosa, ma niente, scendo giù in officina e mi dicono che loro le vespe non le fanno. Sono scortesi di brutto. Ottengo di mettermi in un angolo e scaldarmi da solo la patata. Secondo me sono le fottutissime puntine. Chiamo al cellulare il mio meccanico di fiducia, l'immarcescibile Protasio Bonfiglioli. Lui, sdegnato, s'incazza con questi recchesi che non vogliono registrarmi le puntine, cosa che a suo dire è una solenne puttanata, per un meccanico. Prova a spiegarmi come fare, ma ragiona in termini di millimetri, in un mondo per chirurghi fuori dalla mia portata. Mai riuscito nelle riparazioni raffinate, sono più portato a fare un lavoro sporco e pesante. Ci vorrebbe qui un mio amico cresciuto a pane e carburatori, che d'estate giocava con cacciavite e svitol, al posto di secchiello e paletta.
Io giocavo con secchiello e paletta. Infatti, in tre ore di tentativi disperati, e telefonate a Bonfiglioli, non risolvo un cazzo. Sono le 19. Il capo di "Moto e basta" mi sorride improvvisamente, quando non serve più. Mi accompagna (lui con la moto, io spingendo il mio biroccio) all'officina chiusa di Paffara, Mattara, Tassara. Sono in scacco. Chiamo qualcuno che mi venga a prelevare, vespa inclusa. Recco-Bologna sono 240 km circa. Niente. Il leit-motiv del viaggio si perpetua: "non aiutatelo, se no è squalificato". All'albergo-ristorante Da O Vittorio mi propongono la camera più economica: 55 euro. Alla Giara vogliono 70 euro. Chiamo altri due numeri, le cifre sono quelle. Ho cento euro. Guardo sotto di me tutti gli stabilimenti sul lungomare, punto le sdraio.
Accanto al campo di pallanuoto c'è un 'bagno' che fa anche da bar e da ristorante. Penso che con i soldi che ho posso mangiare, che per me è meglio che dormire, e poi, a panza piena, le idee cresceranno in qualità.
Entro silenzioso nel bar-chiosco-bagno, al quale tuttora non so dare un nome (e internet non mi aiuta). C'è una tavolata di indigeni, saranno trenta, età media 23,2; mangiano bevono e cantano: cori contro i milanisti, i savonesi, i camoglini. Mi sistemo accanto a Paolo, un trentacinquenne ligure barbuto con un fisico da pilone (rugby). Paolo si occupa della piastra, arrostisce calamari, gamberoni, pescespada, poi pulisce, pulisce con amore. La cosa mi piace. Ordino una grigliata mista e osservo la liturgia di Paolo. San Paolo Ligure della Piastra. Ordino una kronemburg media. Arriva in tavola il pesce. E' commovente per quanto è buono. Non aver mangiato per 10 ore e aver spinto la vespa per chilometri e aver sfacchinato in officina è in questo momento un valore aggiunto. Mai sentito un gamberone così. Le birre diventano quattro. Paolo e il suo socio Danilo diventano miei amici. Un gelato. Tre Montenegro. 26 euro. E non solo. Il locale chiude, rimaniamo io e Paolo e Danilo; parliamo di carichi di pesce dalla Sicilia, di lavoro in Germania, di avventure in vespa in Spagna. Confesso il mio dramma all'adiaccio, loro si attivano. Avvertono il metronotte che sorveglia la spiaggia, mi sistemano un lettino dentro il campo di pallanuoto (quello dove quest'anno la Pro Recco ha vinto lo scudetto). C'è un canneto fra me e il mare, sono coperto da tre asciugamani, sono le tre. Dormirò fino alle sei, finchè il vento del Mar ligure non verrà a svegliarmi.
Tutti al mare
"Coi più strani de la playa
se trovamio dar Zagaia"

Andare al mare è anche giusto. Passi che una strana forma di pigrizia faccia convergere due milioni di romani o presunti tali in un tratto di costa limitato quanto zozzo, fra le dolcezze di Ostia e l'augusto splendore di Torvaianica. Arrivati all'obiettivo, nel mezzo delle spiagge di Capocotta, bisogna parcheggiare cercando di non rimanere asfissiati dallo smog, dal caldo infame, dai coatti nati e da quelli improvvisati. Dopo aver coperto d'insulti Dio come se fosse un Dondarini qualsiasi, si ottiene un posto ricavato quasi al centro della carreggiata, e in curva. Dopo aver elogiato i comportamenti sessuali della Madonna, si giunge davanti al lido agognato dopo un paio di km a fette.
Il pontile di legno per accedere alla spiaggia è ormai un classico della new wave balneare, introdotto in qualche remoto istante degli anni '90. Da lontano si possono ammirare le chiappe di un troione che fa largo uso della doccia di fianco al bar. Seduti sui zozzi tavolini di plastica ce sta una manica de ladri, vecchi, buzzurri e fiji de mignotta. Dietro al bancone c'è un figuro in canotta appena uscito da qualche film con Pippo Franco del '75. Ma è ancora presto per irrigidirsi. In spiaggia ci aspetta paziente una foresta di cappelle penzolanti,
una mandria di trans spagnoleggianti, di sdentati ex-carcerati, di froci palestrati. E' il concetto di bolgia applicato alla spiaggia.
L'acqua marrone fa le veci della pece bollente.

Sulle dune svettano degli amatori del culo, che controllano il traffico in entrata e in uscita. Dietro le dune la gente s'incontra si piace s'incula. Uomo-uomo, uomo-trans. Cioè una volta stesi si ha il mare davanti e una Porta Portese del Cazzo alle spalle. Sulla sabbia lo show continua. Gli uomini che non girano lasciandosi accarezzare le palle dal vento, si trincerano dietro un pudico tanga. I trans hanno preferibilmente 50 anni, sono alti preferibilmente 1,90, pesano preferibilmente 90 kg, hanno preferibilmente la quinta di reggiseno. Ma il reggiseno scoccia. Dopo aver mangiato, con il coraggio di un paracadutista suicida, un paio di panini presi da una teca di virus dietro il bar, pensi di avere davanti l'unica coppia normale della giornata, peccato che entrambi strascicano le parole e ogni tanto chiudono gli occhi. Poi si alzano dal tavolo per andare in bagno a pipparsi. Di roba.
Ma è solo l'impatto, poi leggi un articolo di Diaco sul Foglio e scopri di trovarti proprio nel posto di cui parla: sei Dar Zagaia a Capocotta. Il pezzo è ispirato e ha uno sguardo romantico, ma quello di cui parla non è quello che vedi: forse, in mezzo alla settimana, è diverso. Sarà per quello che hai letto, però ti senti più fico, più bono. Sei in uno dei posti più off del pianeta. Il sole scende anche qui, il mercato del culo si cheta, spunta qualche etero coatto di produzione locale, spunta pure un mignottone, senza pacco, che saluta tutti.
Domani mi compro una catenina colla croce.
La botta del Mondo
Un colpo durissimo per Rucola, che è morto in seguito alle 68 ore di tiepida festa successiva alla vittoria degli azzurri pizzàfori sulla perfida Marianna. Ancora non si hanno notizie di una sua resurrezione, e siamo al limite ultimo dei tre giorni.
El Cantar de Tony - Capitolo 7.
5/6 Luglio 2005. Barcelona - Genova.
Proprio l'anno scorso, proprio 365 giorni fa a quest'ora, mangiavo gli ultimi kilometri che sulla via Emilia mi separavano da Bologna. Il 6 luglio 2005 intorno alle 21.00, a una settimana esatta dal mio arrivo, ero partito da Barcellona.
BARCELONA. E' la tarde di martedi, settimo giorno che sono qui, brindo in un bar vicino casa con greci, francesi, catalani, mio fratello. Clima del grande addio. Prendo la mia vespa e procedo a borbottìi (anche stamattina, quando sono andato a fare il pieno a 1 euro al litro, la vespa borbottava: sarà che l'ho tenuta ferma sette giorni, penso) sulle ramblas, svolto a destra per il porto, mi imbarco più o meno agevolmente, aspetto. Di partire.
Dall'alto della nave si vede tutta la città, dietro la città il sole tramonta, è la classica cartolina quella che ho davanti ma funziona, etc. Quando la poppa si stacca dalla banchina vedo in basso un pulmino da 9 che ha fatto veramente troppo tardi, e deve rinviare la sua traversata per Genova: bestemmiano e urlano, sono piccoli, sempre più piccoli, dietro di loro la città si allontana lentamente diventa rossa, viola, blu, si accendono le luci della Costa Brava, e il suo profilo rimane sulla sinistra della nave fino a notte.
Ho scelto il traghetto Barcelona-Genova, 18 ore di viaggio, 67+44 euro di spesa, perché il Ritorno è l'incubo di questo tipo di viaggi: rifare per giorni, con tutti i rischi del caso, la stessa strada che all'andata hai fatto con tutt'altro spirito che quello di riportare il culo a casa, è una cosa che dà le vertigini. Alle 15 di domani sarò sotto la Lanterna, poi mi restano 270 kilometri, ormai gli spiccioli, rispetto al resto: un ultimo strappo, massimo 8 ore, e sarò a Bologna.
Questa nave Grimaldi funziona come una da crociera, perlustro in lungo e in largo il ponte, le cabine, le sale. Al bar c'è la televisione, immagini dall'Italia, Raidue, una coppia gioca a carte, un gruppo di punkabestia ammazza la noia ordinando una consumazione dietro l'altra: punkomat. Io per ammazzare la noia posso solo osservare, ho il portafoglio legato. Un gruppo di spagnoli sulla settantina parla animatamente, uno di loro sta raccontando una barzelletta agli altri raccolti in cerchio, ma che dialetto parlano? Non sono neanche catalani, 'osei': cazzo, sono veneti. Ordinano bottiglie di vino bianco. Poi si uniscono in coro, cantando canzoni alpine, prealpine, subalpine: italiani...
La cabina è comoda, per quattro persone, oltre a me però ci sono due fantasmi, cioè due soggetti, come io con loro, taciturni e riservati. Leggono, leggo, dormiamo. Alle 3 e mezzo di notte mi sveglio, la nave ondeggia paurosamente, secondo me, ma nei corridoi non c'è nessuno, nelle sale non c'è nessuno. Guardo fuori attraverso gli oblò, ma è tutto nero e non aiuta. Finalmente trovo un 'marinaio' dai capelli bianchi alla reception: è napoletano, come gran parte del personale, e mi spiega: "Ma no signò, saremo forza 5, forza 6, ma quescto è 'o golfo d'o lione, e qua da ballare c'è sempre, è normale". Rassicurato, mi appresto a 'ballare' per qualche altra ora.
Il giorno dopo dal ponte guardo la Costa Azzurra, la Liguria, Genova. Arriviamo in orario, scendo lemme lemme dalla bocca della nave, la vespa borbotta come a Barcelona, cammino. Abbandono lentamente Genova, la vespa continua, fastidiosamente, a procedere a singhiozzo.
[segue...]
Brunone commenta la sua luna storta 1982-2002
"Eeeeh, quale insopportabile beffa per un umile eeeh sessantottenne telecronista, ex calciatore, ex insegnante di italiano, che vede passare per le bocche di Caressa e Civoli la narrazione di una cavalcata mondiale che sembra eeeh una delle più esaltanti dal 1982.
Eppure, non per eeeh fare il menagramo, non erano male quei mondiali del '90, finché eeeh Goicoechea parò il rigore di Aldo Serena;
nel '94 incredibili, emozionanti battaglie avevano portato gli azzurri alla finale di Pasadena contro il Brasile: tutto svanì sopra la traversa della porta di Taffarel, dove finì la palla calciata da Robeeerto Baggio nel rigore decisivo;
due anni dopo è un portiere tedesco a bloccare il rigore di Gianfranco Zola: la Germania passa e vince gli europei del '96;
promettevano bene i ragazzi che nel '98 andarono tutti a impattare contro la traversa centrata da Di Biagio, ancora una volta ai calci di rigore, per la gioia dei francesi che poi vinsero la coppa;
agli europei del 2000 sono ancora i francesi che stavolta ci tolgono, al 4' di recupero, un titolo già vinto, che io e il buon Eraldo sentivamo già in tasca, a dispetto di quel'intonatissimo jettatore di Bocelli, eeeh invece Wiltord e Trezeguet: soffriamo;
che dire dell'Italia eliminata dall'arbitro Moreno alla testa delle cavallette coreane? Poteva fare un buon mondiale anche quella compagine, ma se in 4 partite ti annullano 5 gol regolari, c'è poco eeeh da fare,
se non andare a rinchiudersi in un'enoteca a Codroipo e uscirne verso la fine di agosto, come del resto ho fatto, ma poi, giacché ero in zona, mi hanno mandato eeeh nella stupenda Trieste a commentare una tranquilla partita di calcio, Italia-Slovenia, chiusasi con 300 feriti sugli spalti e, guarda un po', con la sconfitta degli azzurri, stesi da un gol del guercio Cimirotic"
"Non si può dire che le mie telecronache
siano state baciate dalla fortuna, vero Eraldo?"
Pecci: "Eh sì, quando li commentavi tu,
gli azzurri la cappella la potevano sempre fare!"
Ultim'ora: Rucola arrestato a Dortmund
Una valigia carica di bufala, pomodori pachino e l'immancabile rucola; un complice, Michael Pummarola, che lo aspettava di fronte ad una panetteria abbandonata con dei sacchi di farina; un altro complice, Joe Sugna, trovato in possesso di 12 bottiglie di olio extravergine d'oliva. Un obiettivo, dichiarato, inondare di pizza il bacino della Ruhr, da sempre affamato di questo impuro, proibito alimento, di sospetta origine mediterranea. Così sono scattate le manette all'alba di stamani per il gastrotrafficante Antonio Della Rucola (figlio del generale partigiano Giuseppe Della Rucola, già fucilato dai tedeschi durante i mondiali del 39-45), meglio conosciuto come Tony Rucola. Il riottoso italoamericano è stato poi condotto al Signal Iduna Park e qui frustato 100 volte con wurstel surgelati e lapidato per mezzo di boccali di birra in ceramica. Morto verso le 12, pare sia, come al suo solito, risorto, giusto in tempo per vedersi la partita in un qualsiasi spaccio di maccaroni nel quartiere italiano.
Brunone commenta l'ostilità contro gl'itagliani e si erge.
"Eeeh si fa fatica a comprendere il motivo di tanta acrimonia contro un popolo di teneri amanti dediti alla sartoria, alla cucina, all'organizzazione di serate, alla musica, all'arte e ad altre femminee attività quali i complotti i pettegolezzi i cambi di maggioranza. Non ci voleva anche "Lo Specchio" teutonico per riflettere una volta di più giudizi eeeh pregiudizi che imperano al di là delle Alpi. Il disprezzo per gli italici si trasferice poi tout court sui nostri rappresentanti della pedata, accusati di eccessi nella gelatina e nella pantomima. 'Molti nemici e molto onore', diceva un vecchio commissario tecnico azzurro, di cui si ricorda solo una vittoria in trasferta su di una scalcagnata compagine etiope; disastrose sconfitte ai mondiali con Grecia, Francia e Inghilterra gli costarono il posto, nonostante un ottimo rapporto con la stampa."
"Non è che i censori Tedeschi, Francesi, Spagnoli ed Inglesi
siano poi così immuni da difetti, vero Eraldo?"
Pecci: "Eh sì, meglio guardar la trave nel tuo occhio che a guardar la pagliuzza nell'occhio dell'altro la cappella la puoi sempre fare"