Il lounge all'olio d'oliva

Non lustro più le scarpe. Forse sei stato troppo tempo in galera, non te l'hanno detto: non lustro più le scarpe!
sgtpepe in Il Governo ha varato...
TonyRucola in L'importanza di chia...
iber74L in L'importanza di chia...
TonyRucola in L'importanza di chia...
yllo in L'importanza di chia...
TonyRucola in Paolo vs Giulio Sono...
casualupiae in Paolo vs Giulio Sono...
segnaleorario in L'importanza di chia...
2008
Arjadne
Blackmailmag
Bo - Asfalto
Bo - Diversamente Frigide
Bo - Generazione blog
Bo - Giovane cinefilo
Bo - La Stefani
Bo - Lo Spettro
Bo - Ponyluna
Bo - Seconda Visione
Carmilla
Cinesoundz
Dj - Adonis
Dj - Don Pasta
Dj - Kosmik
Dj - Montecarlo
Dj - Postman
Dj - Sgt. Pepe
Dj - Sonic The Tonic
Le - Corriere della Servola
Le - Cuulclebb
Le - Fenomenevole
Le - Filippiakos
Le - Frigole
Le - Il Genio
Le - Krazny
Le - Lecceprima
Le - Magic Shop
Le - Manifatture Knos
Le - Raro
Le - Rollino
Le - Sagro e Profano
Le - Salentowebtv
Le - Supertele
Le - Vecchi Dentro
Le - Volatili per diabetici
Manni editori
Nella colonia penale
Orient Express
Orrore a 33 giri
Pornoromantica
Pulsatilla
Rebeldrink
Segnale Orario
Stefano massa
Wu Ming
Zumal
oggi
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
antologia
cinerucola
collaborazionismo
cronaca rucola
frutta & verdura
in ritardo -out of time-
in vespa da bologna a barcellona
juke rucola
la versione di tony
mirucola a milano
passion of rucola
rucolemilia
rucolive
tony for pizzul
tony in campo
tony in rucoland
tony invade il molise
un italoamericano a roma
addirittura *loading*
Dis-adottati
Tre maghrebini a Milano. Il primo, ieri, camminava sul terzo piano di un'impalcatura, reggendo sulle spalle un pezzo portante dell'impalcatura stessa. Dal lato della strada, nessuna protezione: sotto di lui, dieci metri. Nessun gancio dietro la schiena, neanche il caschetto, niente. Solo la canotta, le palle girate, l'abbronzatura da fatica agostana. Sulle lamiere si agitano e bestemmiano altri maghrebini. In strada l'unico italiano, probabilmente il capo, parla al cellulare. Stanno restaurando la facciata di un palazzo ottocentesco in via Casale, traversa di Ripa di Porta Ticinese, navigli di Milano.
Il secondo e il terzo salgono oggi sul tram, linea 2, ore 10.40. Siedono di fronte a me, in camicia tutti e due, uno un po' più anziano dell'altro, e calvo, e coi baffoni. La cosa che mi colpisce è che il baffone ha con sè una copia fresca del "Giornale". L'altro invece ha un quotidiano scritto in arabo. Qui, dopo un po' di esitazione, entra in gioco una signora, seduta accanto a me: corpulenta, alta, capelli vagamente rossicci, forse biondi, carnagione rosa-nord, ruota lo sguardo a 90° gradi, partendo dagli scandalosi nordafricani per finire con me. Che roba, sembra dirmi coi suoi occhi allucinati. I maghrebini capiscono di essere oggetto di una qualche malevola attenzione, ma continuano nella loro conversazione.
A un tratto, però, la signora parla confusamente: "Il catalano...lo parlano solo in una regione della Spagna, e in una zona della Sardegna...la lingua è importante, non so come si dice nell'Islam...". Il baffone, sorpreso e preoccupato, chiede alla signora dove sia il problema, chiedendosi se in qualche modo gli viene contestato il fatto di permettersi di parlare col suo compare nella sua lingua madre. "Tranquillo, non so come si dice in Islam tranquillo, tranquillo", replica la signora.
E' una pazza fottuta, allattata a pane e xenofobia. Io e il baffone ci scambiamo uno sguardo d'intesa: vorrei dirgli che non siamo tutti così bruciati in Italia, ma forse baffone, anche se legge "il Giornale", lo sa. La pazza scende dal tram, convita di aver rilevato delle incongruenze pazzasche, che gli altri non possono capire, che scandalo quella lingua araba.
Con questo non voglio darmi a denunce, all'antirazzismo, al politically correct.
Ma se i tre maghrebini scendono dall'impalcatura e dal tram
e ci ammazzano tutti, il movente ce l'hanno. E questo è un problema, nostro.
Si chiama Bar Peppuccio
Si chiama Bar La Darsena, ma tutti preferiscono chiamarlo Bar Peppuccio, come Peppuccio Farina, che lo ha preso in gestione dal 1984. È il bar in Viale Gorizia a Milano, che frequento da lunedì 21 agosto. Da allora ho saltato solo un giorno: domenica. Ho gradualmente acquisito fiducia e informazioni.
Ieri, solenne presentazioni con Peppuccio: "Ma tu come (cazzo) ti chiami?", mi ha chiesto, alla settima volta che vedeva la mia faccia. Bonus a pioggia, ieri: patatine, uva su letto di ghiaccio per la mia bella, ancora bacio (perugina) per lei al momento del pagamento e coppetta di birra extra per me. Venerdì e Sabato, dopo aver provato il Bloody Mary (ottimo) e il Nuvola Rossa (variante rinforzata del Negroni), avevo guadagnato come extra un chupito di brandy. A Marco, il barman, dovrebbero fargli un monumento. Quest'appuntamento quotidiano con questa milano jazz mi rilassa. Peppuccio è nato a Palermo.
Faccio la gavetta
Oggi ritorno nel mondo della gavetta. Ore 13.30, giardini "Indro Montanelli", Milano. Un italoamericano apre a fatica una vaschetta Giostyle: dentro troverà riso e zucchine cucinati la sera prima. La cosa lo eccita.
Rimasti qua a Milano
Milano, terza settimana e mezzo di agosto. La città se ne frega, è altrove. Al momento anche i tram e le linee della metro assecondano una diffusa, insolita pigrizia, e passano con frequenze gattopardesche, sornione. Penso che le cose vadano molto meglio così, con una quantità moderata di persone nei punti abitualmente affollati, e nessuno dove quasi sempre c'è qualcuno.
I navigli sono carichi di dolcezza. Chi è seduto nei locali, appena tornato dalle vacanze, fa finta che non sia successo niente. Atmosfera di villeggiatura, molle, in Ripa di Porta Ticinese, dove anche il panzerotto è un brand, dove ogni inezia è un'inezia pensata, studiata, marketizzabile. Il Big Pig, un locale rosa con tavole e sedie a forma di porcellino, è vuoto.
Sempre pieno invece il bar tabacchi gestito dai fratelli Sagresti, in Viale Gorizia, l'unico posto frutto di strategie di posizionamento abbastanza semplici: cioè un bar col bancone, schietto, un cartello con i prezzi ancora in lire, pubblicità anni '70 (simpatiche caricature a olio su pezzi legno) di panini e cocktail, dal boscaiolo al bloody mary.
Dietro al banco di marmo c'è la classica coppia, oliata a perfezione. Uno, certosino, si occupa del bar; l'altro, esuberante, intrattiene i clienti. Si respira aria jazz, si sente musica jazz, suono pulito che viene fuori da 6 casse ben posizionale in un locale lungo, stretto, e con un tetto di legno a cassettoni. L'esuberante suonava la batteria. Quando il pezzo gli piace, prende le bacchette e percuote il marmo. Ha i baffoni. Da quattro giorni sono a milano, da quattro giorni passo verso le 22 da questo bar tabacchi. 4,50€ per una pinta alla spina, da 2 a 3,50€ per una birra in bottiglia. Cioccolatino in omaggio per tutte le donne.








