Per gli appassionati:

dal 2 Aprile
il libro Tu quando scadi?
è scaricabile qui
"Io nun m'u scordu"
La redazione monocratica/monografante del blog ricorda Joe Sentieri,
un'altra voce all'olio d'oliva che non potrà più cantare
(detta così sembra un'esecuzione)

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16 marzo 2002:
Carmelo Bene esce di scena
Per Carmelo l'unico modo di essere "osceno" era schiattare,
lasciarci la pellaccia.
"Osceno", dal greco "Os" + "Skené" = fuori dalla scena, poi diventato il latino "obscena" = ciò che è interdetto dalla scena: che non può andare in scena.
In ambedue i sensi, per quell'inesauribile fottitore (nel senso di attivo trombante) di platee che era Carmelo Bene, ogni respiro era scenico. Quindi l'unica via era arrivare alla fine di quel tappeto di assi da palco su cui da sempre camminava.
Nei giorni immediatamente successivi alla sua scomparsa girava molto materiale su CB in tv. Lo raccolsi in una videocassetta che per qualche tempo ho ossessivamente inserito nel videoregistratore. Lo stupore fu quando
- verso la decima re-visione - mi accorsi che tutto quello che diceva
- e i personaggi con cui se la prendeva - aveva una sua coerenza.
I pezzi di tv condotti da Carmelo - "condotti" perché era lui ad avere
il pieno controllo del "set" televisivo - sono uno spettacolo
di distruzione dello spettacolo.
Adesso che siamo al quinto anniversario dell'uscita di scena di CB,
nessuno ne parla, tranne Mauro Marino: onore a lui, e chapeau a Carmelo.
Tony e le sue comparsate nella storia patria:
19 Marzo 2002
Interrompo il flusso di dati che narrano le gesta del ribaldo Rucola,
per immettermi nell'attualità con un po' di autobiografia.
Mi ha "ispirato" un bel post sullo Spettro, scritto dalla redattrice Aeiouy.
Arrivo come al solito in ritardo. Due giorni fa si è celebrato il quinto anniversario della morte di Marco Biagi. Cinque anni fa, io c'ero.
Non fra i protagonisti, come molti potrebbero pensare,
guardando al mio look da terrorista.
Diciamo che se l'assassinio di Biagi fosse riprodotto in un presepe,
io sarei una di quelle statuine secondarie, tipo l'arrotino, messe lì per sfizio.
Ho abitato per tanto tempo - un settennato - al 41 di via Marsala,
una sottovalutata striscia lastricata che, senza darsi tante arie,
collega via Zamboni a via Indipendenza.
Quella sera, preceduta da un placido pomeriggio preprimaverile,
avrei dovuto giocare a pallone. Ore 21.00, partita fissata
al campo del "Cinese", all'anagrafe Tullio Wang King, in via Santa Caterina.
Mi divincolo, non mi ricordo più come ne perché, dal congresso pedatorio.
Il mio compagno di casa esce, diretto al campo, alle 20.15, e menomale
che non ci sono io con lui: gli avrei imposto una mia psicotica scorciatoia,
che consisteva nel passare dal Ghetto Ebraico.
Via Marsala - Vicolo Luretta - Via Valdonica - Via Dell'Inferno -
Via De' Giudei - Via Rizzoli etc. Lui preferisce la più lunga e lineare opzione
Via Marsala - Via Indipendenza - Via Ugo Bassi etc. Meglio, perchè evita
di essere testimone, o al peggio vittima, di uno delle "scene del crimine"
più importanti nell'ultimo decennio di storia italiana.
Vicolo Luretta termina quasi sul portone di casa Biagi.
Io, in tutto questo, ero rimasto a casa a cenare con un amica, a non più di una trentina di metri in linea d'aria dal luogo del delitto. E con la finestra
di camera mia aperta su via Valdonica, e la porta di camera mia aperta
sulla mia cena. Lo sparo però non lo sento. Le ragazze del secondo piano sì.
22.30 - 23.00: mi telefonano i miei, poi mi passano mia nonna,
preoccupata per questo omicidio di cui davano notizia in tv,
un omicidio avvenuto dietro Piazza Maggiore. "Non siamo proprio
dietro Piazza Maggiore, nonna, siamo vicini ma così tanto",
rassicuro al telefono, mentre anch'io accendo la tv e vedo le immagini
ma non capisco - Bologna in tv sembra tutta uguale.
Vado a chiudere la finestra in camera mia: entra freddo e casino.
Ma vedo nastro americano, sirene della polizia, telecamere, giornalisti.
Inizia la prima di una serie di ricognizioni sul luogo del delitto. Vedo
"obiettivo centrato" timbrato ossessivamente sulle colonne dei portici
di fronte la porta di Marco Biagi. Vedo la stella a cinque punte
graffiata sul legno del portone della vittima. Vedo un sacco di facce
già viste, un turbine mediatico. La pizzeria Nicola's è ancora
più piena del solito, e neanche il Golem si lamenta.
Ma va bene a tutti i bar della zona.
Penso: chi sa quante volte ho incontrato
la Lioce e i suoi amichetti, nelle loro azioni di pedinamento.
Chissà quante volte ho visto Biagi in bicicletta.
Che strano essere stato per caso nel fondale di un evento storico.
wiki Rucola
per una voce possibile v.4
Rucola lascia la Russia per ritornare al di qua delle Alpi. Attraversa un'Europa straziata dalla guerra. Con la morte nel cuore e negli occhi,
Antonio Epicuro arriva a Milano e si distende i nervi in una delle numerose
locande di Brera: tre antipasti della casa, cinque taglieri di affettati,
bagnati da una sporca dozzina di litri di vino rosso. Dopo aver riprodotto
nei propri organi interni i drammatici conflitti delle lotte operaie, Rucola
è pronto per la flatulenza, ma anche e soprattutto per la violenza (di classe).
Dal rosso del barbera a quello che colora di sangue e passione un biennio,
il passo è breve.
Mentre il suo vecchio amico Benito fonda i Fasci di Combattimento,
Antonio si agita nelle sezioni milanesi del Partito Socialista, schierandosi
con i massimalisti e contro le posizioni di Turati. Viene ritenuto molto vicino
ad Amadeo Bordiga e alla sua "Frazione Comunista Astensionista".
Non disdegna però gli scontri di piazza, e, oltre alle manifestazioni,
riesce a difendere numerose Case del Popolo dalle incursioni notturne
delle prime bande fasciste. La sua arma preferita sono delle baguette
di tre giorni, ottime come mazze ma non contestabili dalla polizia
come arma impropria (un trucco imparato ai tempi della Comune).
wiki Rucola
per una voce possibile v.3
Per qualche anno se ne perdono le tracce, finché lo troviamo nelle truppe
italiane che nel 1911 sbarcano in Libia e partecipano alla guerra italo-turca.
Rucola è fra quelli che espugnano Tobruk, dove rimane fino al 22 novembre,
giorno in cui i turchi di Mustafa Kemal quasi annientano il corpo di spedizione italiano. Rucola scampa al massacro e torna a calcare il suolo patrio.
Nel 1914 è a Milano, dove risulta fra i compagni di bevute del chiassoso
direttore dell'Avanti, il romagnolo Benito Mussolini. I due si sono conosciuti
durante i tumulti della cosiddetta settimana rossa, nel giugno dello stesso anno. Hanno in comune la passione per Proudhon, Sorel, il Sangiovese
e le mignotte. Ma la repentina svolta interventista di Benito
non viene perdonata da Rucola, che tronca ogni rapporto
con il futuro duce. Allo scoppio della guerra, Rucola ripara a Lugano,
dove conosce Lev Davidovič Bronštejn, detto Trotsky.
Lev Davidovič inizia Rucola alla vodka, poi lo porta con sè in Russia,
nel maggio del 1917. Si uniscono ai bolscevichi, fondano l'Armata Rossa,
scampano ai pogrom dell'Armata Bianca. Quando Trotsky viene eletto
Commissario del Popolo per gli Affari Esteri, Rucola decide
che il più è stato fatto, e rientra in Italia, ansioso di importavi
le idee della Rivoluzione d'Ottobre. Si sbaglia in entrambi i casi.
(3/segue)
wiki Rucola
per una voce possibile v.2
Due anni dopo Rucola si destreggia con due grammofoni in occasione dei festeggiamenti a casa Savoia per il capodanno del 1900. Circostanza sospetta. Così come è ancora più sospetta la sua presenza a Monza il giorno
dell'assassinio di Umberto I da parte dell'anarchico Gaetano Bresci. Qualcuno afferma di riconoscere Rucola nella scena dipinta da Achille Beltrame
per la Domenica del Corriere. Il re viene ucciso proprio per vendicare
le cannonate sulla folla di due anni prima. Antonio Rucola è l'unica persona presente in tutti e due gli episodi.

(2/segue)
wiki Rucola
per una voce possibile
Antonio Epicuro Rucola nasce a Collepasso (Lecce) il 3 Luglio 1848. E' figlio
del carbonaro Giuseppe Gioacchino Rucola e della nobile decaduta
Maria Oronza Estrafallaces. Scarse le notizie sulla sua infanzia. Lo si sa solo
costretto a dure punizioni corporali nel collegio dei Padri Scolopi a Campi Salentina.
"Lo abbiamo picchiato solo una volta - ammetterà Padre Katzenberger -
è stato dal 1856 al 1865".
Un'educazione dura che alleverà nel giovane Rucola i germi della ribellione.
Non si sa come, ma nel 1870 lo troviamo a Parigi, nei tumultuosi mesi della Comune. "Roquette era nella Guardia Nazionale - riferisce lo storico Bernard Etraquin - probabilmente l'unico italiano, in un corpo che accoglieva ribelli da tutta Europa. Scampato alla sanguinosa repressione che pose fine all'esperienza dei Comunardi, rientra in Italia, dove seguirà un lungo periodo di anonimato. Qualcuno lo vuole a Torino, ma nel 1898 è sicuramente a Milano, quando il generale Fiorenzo Bava Beccaris mette sotto assedio la città e prende
a cannonate la folla. Rucola scampa alle pallottole per miracolo.
(segue...)
Francesco il sintetizzatore
Vivo in una città di cui se ne sono dette molte,
e più di qualcuno non vuole più dirne e si è rotto i coglioni.
Di Bologna e delle parole su Bologna. E allora vengo al dunque: sabato
ero a Milano, come si evince dal post precedente, e sono andato per farmi
potare la chioma da un caratteristico barbiere alle Colonne (di San Lorenzo). Siccome è bravo, c'era da aspettare. Scelgo la rivista maschile con più fica
in copertina e sfoglio. Non so perché ad un certo punto si parla di Bologna...
ah sì: la fiera della patonza abbinata al Motor Show. In tutto questo infilano Guccini, in un azzardato accostamento passera a tranci - pistoni - poesia.
Secondo me la sintesi di Francesco da Modena è ancora buona:
Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l' umana già un poco Romagna e in odor di Toscana...
Bologna per me provinciale Parigi minore:
mercati all' aperto, bistrots, della rive gauche l' odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l' assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.
Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie...
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi "imberiaghi" sembravano la letteratura...
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna...
Bologna è una donna emiliana di zigomo forte,
Bologna capace d' amore, capace di morte,
che sa quel che conta e che vale, che sa dov' è il sugo del sale,
che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita...
Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli... e salami in vetrina,
che sa che l' odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura.
Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio
dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio
e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?
Oh quante parole ti cantano, cullando i cliché della gente,
cantando canzoni che è come cantare di niente...
Bologna è una strana signora, volgare matrona,
Bologna bambina per bene, Bologna "busona",
Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto,
rimorso per quel che m' hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato...
Ignazio watches Sasha
Milano città di vip e di sorprese: vai al Colosseo a vedere Borat, e ci trovi Ignazio La Russa, in compagnia di due amici e soprattutto di una giovane mora. Chissà cosa avrà pensato, guardando la scena in cui Sasha Baron Cohen improvvisa un 69 con il suo amico di 150 chili.
Aprite il Venerdì, pagina 18, e scovate

Rispetto per l'Asfalto
Un Remo Remotti per ogni città, cazzo

"A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide,
da quella Roma del "volemose bene e annamo avanti",
da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei "Sali e Tabacchi",
degli "Erbaggi e Frutta", quella Roma dei castagnacci,
dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle,
dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle...
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini,
delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali
non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati,
quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari
dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande
erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione...
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle,
degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano,
delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura,
quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti...
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista,
la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana,
quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale,
quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno,
quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra,
la Roma fascista di Piacentini...
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti,
la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell'Università di Roma,
quella Roma sempre con il sole – estate e inverno –
quella Roma che è meglio di Milano...
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade,
quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara,
quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti,
dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli,
di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro,
dove non c’è una lira, quella Roma del "core de Roma"...
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese,
quella Roma dei "che c’hai una sigaretta?", "imprestami cento lire",
quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro
che portava e porta ancora il nome di Mussolini,
Me ne andavo da quella Roma di merda! Mamma Roma: Addio! "