Walter, Walter, Walter. Non si parla d'altro. Roba da suggerire un trattato sull'uso e sull'abuso della novità giornalistica. Ovvero viene fuori un tema,
un problema, una tendenza, un personaggio (qualche volta anche un fatto)
e se ne parla in modalità afterhour, fino alla spossatezza, accompagnata
da inevitabile nausea e crisi di rigetto e pentimento ("non ne parlerò più").
Alcuni titoli Walterati di oggi: la Repubblica: Il manifesto di Veltroni
Il leader dell'anti-ferocia
La "Veltronomics" che guarda al Nord La Stampa: Walter di governo
L'Homo Novus
Il derby degli "oni" Corriere della Sera: Veltroni in campo: "Voltare pagina"
E Walterdisney lasciò fuori i Kennedy Il Giornale: Il programma di Veltroni: copiare Berlusconi
La Repubblica del parolaio
E lo show propaganda diventa un Carosello
Gli Usa bocciano "l'americano" l'Unità:
Ecco la nuova Italia di Veltroni
La sfida
Parole chiare Il Messaggero: Veltroni: patto per la nuova Italia Il titolo più misurato però, come quasi sempre succede,
è farina del sacco di Libero:
Che gran paraculo
Grande attesa oggi per il discorso di Tony Rucola.
160mila lettori, in un sondaggio di Repubblica.it,
lo incalzano ad un sostegno ai ceti deboli,
alla difesa della laicità dello stato, e al rilancio dei sinistri.
Tony ha scelto un luogo carico di significati, da dove riprendere la strada
che lo porterà sullo scranno più alto del Pd (l'azienda che gestisce il brand
del panino piccante brevettato da Massimo, ex pilota di rally*).
I media fremono, Capocotta è in subbuglio.
Ora d'inizio, le cinco de la tarde.
Tutti i fari sono puntati sulla spiaggia del lido Dar Zagaia
*da quasi vent'anni, a Lecce, posto nella romantica cornice di un parcheggio, furoreggia un chiosco, che ha fra le sue principali attrazioni il panino alla p.d., chiamato così perchè la sua piccantezza suggerisce al cliente di nominare vanamente il nome dell'Altissimo
La novità estiva delle sale cinematografiche parla romano
e pensa in francese. Nasce infatti da un riadattamento della sceneggiatura
dei Quattrocento Colpi di Francois Truffaut, l'idea di due giovani cineasti,
prodotti dal coraggioso Mimmo Garza per la Globuli Rossi Film.
Ma andiamo a vedere il trailer...
E' la storia di Furio, 'n pischelletto ipercinetico de Spinaceto...
Mario, il padre: «Insomma 'sto bambino nun lo reggo più.
Se move sempre, è vivace, si certo è vivace, ma 'r termine ggiusto
è rrompicojoni. Un giorno de questi lo asfalto de cazzotti, lo sdrumo»
Lella, la madre: «esce sempre co' questi regazzetti a fa' le peggio cose...
l'artro ggiorno se so' fregati puro 'na macchina da scrivere...
cioè, nun so' si mme spiego: 'na mac-chi-na da scri-ve-re.
Ma io sto ggià esaurita, manca gniente che me parteno li cinque minuti
e je spacco er servizzio da 12 su quella capoccia malata che porta...»
Sulle orme di Truffaut...
da un'idea dei fratelli Cacciavite...
I Settecento Bozzi...
quando il capriccio finisce, ed inizia l'ematoma
Ancora commosso dai roboanti esiti del sondaggio sui quartieri di Roma,
oggi mi occupo del suo sindaco, messo con una certa perfida prescia
sul trono del Pd da una pletora di maliziosi scudieri. The leader is Walter, dicono, ma penso che metterlo così, adesso,
svuotando di senso le primarie, è solo un modo
per buttare un leader nel water.
Se ne parla, insieme alla caduta di De Gennaro, qui
il ritratto migliore di WV, secondo me, è questo: Filippo Ceccarelli per “la Repubblica”
Dunque, Veltroni. E fra veltronismo, veltronerie, veltronate occasionali e fatidica veltronicità è da un decennio almeno che si alimenta l´attesa messianica. E perciò anche mediatica, come si conviene a questo tempo. Singolare il politico, viene da pensare, che decide di farsi leader proprio nel giorno in cui, da sindaco, si trova a inaugurare il «Parco della Lirica e della Danza».
(Walter-Ego By ARTEFATTI)
Un «parco» al chiuso, oltretutto, collocato in un ex cinema: e già pare di scorgere un bel pezzetto di Veltroni, in questa beata coincidenza di tempi e luoghi rimestati ad arte, e ancor più del fenomeno politico-giornalistico che prende il suo nome.
Veltronismo, beninteso, come l´espressione di un personaggio e non di un partito. Di una cultura, di una sensibilità, di un giro di relazioni, di un´immagine, al limite di una moda, giammai di una tribù o di un clan. Perché Veltroni non ha mai avuto un Latorre, né un Rovati, tanto meno un palazzo di riferimento - a parte il Campidoglio e quella splendida finestra sui fori dove il più amabile sindaco fa affacciare chiunque. C´è solo lui, Wonder-Walter, e ben sotto di lui una nutrita squadra di anonimi ed evoluti specialisti della comunicazione. O meglio, qualche mese fa sono spuntati fuori dei militanti, pardòn, dei volontari veltronisti: scopa, rastrello e sacchi dell´immondizia, hanno fatto il loro esordio spazzando la spiaggia di Ostia.
Anche questo è un dettaglio che a suo modo dischiude l´orizzonte del veltronismo, nel senso della sua reclamizzatissima estraneità al gioco della politica, almeno com´è intesa dai suoi futuri e davvero poco entusiasti grandi elettori. Da questo punto di vista vale la pena di rileggere le fredde ordinanze comunali sull´affissione dei manifesti dei partiti, o analizzare in controluce alcuni interventi contro la piaga dei parcheggi delle auto blu intorno alla Camera e al Senato.
Se tenersi fuori e marcare la distanza dai perenni stranguglioni del centrosinistra è stata negli ultimi anni una costante del personaggio, colpisce la sprezzante risolutezza con cui mesi orsono ha liquidato una certa questione su cui di dilaniavano i ds: «Cose di partito». E poco mancava che aggiungesse puah! - prima di recuperare un contegno e andarsene in giro per l´Italia a parlare di Chaplin e di Gandhi.
(Il furbo Walterino mette sempre le mani avanti... - Foto U.Pizzi)
Il potere, certo, è importante, ma decide lui quanto, e come, e perché. Fedele in questo a un certo riflesso vetero-comunista, per istinto e per calcolo nessuno più di Veltroni evita lo scontro, ostenta prudenza e si risparmia la fatica dell´ambizione. La sola idea di scendere in campo, sosteneva non molto tempo fa, gli faceva venire «il mammatrone», che a Roma sarebbe la più invincibile paura.
Com´è ovvio per ogni politico, c´è da scontare una normale quota d´insincerità, o di astuto e scettico disincanto. Eppure la differenza fra Veltroni e l´oligarchia che da anni si ritrova mesta attorno ai tavoli della Gad, della Fed o dell´Unione finisce per apparire, più che evidente, clamorosa. Una specie di sfida.
A occhio si direbbe che il veltronismo abbia scelto di dispiegarsi, non di rado anche in prima persona, su un altro e più vasto campo d´azione che attraversa e regola le passioni culturali diffuse e produttive dell´oggi. Le sole che appaiono in grado di ripristinare i vincoli sociali: letteratura, arte, archeologia, musica, cinema, tv, media, sport, tempo libero. Fino a sconfinare, tra notti bianche e partite del cuore, toponomastica mirata e necrologi smaglianti, feste del vicinato e battesimi di lupi al Bioparco, nel mondo immateriale dei ricordi, dei simboli, dei rituali, delle emozioni, dei sentimenti.
O per meglio dire: dei buoni sentimenti. La definizione di «buonismo», copyright di Ernesto Galli della Loggia, risale ormai al 1995 e da allora Veltroni non solo l´ha assecondata senza troppo preoccuparsene - si pensi all´Africa o alle visite con i liceali negli ex campi di concentramento - ma ne ha anche fatto un indispensabile strumento di governo, per non dire di egemonia e di potere, in una metropoli come Roma. Dove per volontà dell´amministrazione, e con i dovuti sponsor, contro la pena di morte s´illumina addirittura il Colosseo.
(Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna: Flavia Veltroni - Foto U.Pizzi)
E comunque. Invece di buttarsi nell´asfittico, affannoso ed egoistico tran tran del Palazzo, il veltronismo ha trovato la sua vision e la sua mission nella più conclamata vicinanza ai soggetti deboli e ai temi che l´odierna vita pubblica sembra aver inesorabilmente smarrito: la solidarietà, un certo ottimismo sul futuro, una indubbia disponibilità al dialogo con le altre culture (compresa quella della destra), l´attenzione a prigionieri, esuli, piccoli grandi eroi della cronaca, gente semplice, vecchi, bambini, ammalati. Esiste a questo proposito una vasta iconografia che per certi versi modella, più che una politica, una specie di religione secolarizzata di cui Walter (a Roma «Warter») sembra il sollecito, assiduo, garbato e benedicente pontefice.
E però, anche senza andarsi a rileggere la prefazione che Veltroni ha scritto al libro che raccoglie i discorsi di Giorgio La Pira, il «sindaco santo» di Firenze, colpisce l´efficace naturalezza con cui il personaggio salta le vecchie mediazioni istituzionali, diffonde calore e mette in gioco il suo stesso corpo: dalle danze in Malawi, con tanto di gallo votivo, alle turbolente demolizioni dell´abusivismo, dal compleanno della nonnetta all´incontro di beneficenza con Totti, dal concerto fino al letto d´ospedale dove è comparso in un video: dopo un´operazione, ma prima del voto.
Sembra passato un secolo dalle prime notazioni dell´immaginario veltroniano: le camicie con i bottoncini, la Nutella, Kennedy, le figurine Panini e De Gregori. Nell´era della post-politica nessun codice sembra al tempo stesso più moderno e più antico di quello che può offrire l´imminente leader del centrosinistra. Una specie di berlusconismo alla rovescia, ma con vent´anni di meno: decisamente il peggior guaio che poteva capitare al Cavaliere.
Romani e tutti quell'artri al di là del Sacro G.r.a.,
dite la vostra in merito a queste quaglianti questioni:
Seconno voantri,
Qual'è er mejo quartiere dàa capitale?
Qual'è quello che nun è più figo come 'na vorta?
E invece quale rione se sta a trasformà in mejo?
Roma. L'Atac fa miracoli. Ieri sera per esempio. Aspettavo un 217 che mi strappasse via dalle spire dei Parioli. Ma era più facile che si palesasse
Paolo di Tarso cantando ubriaco al volante di una Panda 4x4
col bruco della Roma sul lunotto.
A nulla serve stare seduti sotto una pensilina un'ora e vedere
che nell'altra direzione (gli autobus passano sempre nell'altra direzione)
il 217 effettuava servizio regolare. Mi immaginavo il capolinea, dove vedevo
dieci 217 allineati e altrettanti autisti accecati dal calvinismo fermi
a fumarsi una stecca di malboro a testa gustannose er tramonto
e parlanno de gniànte. Allora la fiaccola dell'odio anti-corporativo
mi si è accesa nel culo e mi ha spinto a farmi a piedi la distanza
che c'è fra un quartiere freddo e un quartiere caldo,
fra le camicie dei Parioli e i bermuda di San Giovanni.
Viale Parioli del resto diventa viale Liegi, il tempo di vedere Paolo Mieli, inaspettatamente alto e con qualcosa simile a un sigaro -
o un rametto di liquirizia - in bocca. Quando viale Liegi si trasforma
in viale Regina Margherita, il cielo di Roma arrossisce. Quando sono
in viale Regina Elena è quasi buio, e vedo in lontananza, su qualche colle
che non riconosco, delle luci che ballano: roba da estasi metropolitana,
se non fosse che penso ancora all'Atac. Quando sono in piazzale del Verano,
ho già fatto 4 kilometri senza aver mai girato: giro a sinistra, un po' di Tibbur, poi mi infilo in via dei Reti, per passare indenne da San Lorenzo.
Svolto a destra: lo scalo di San Lorenzo è sempre più figo, fra muri neri, sopraelevate, motorini zozzi e stazzioni de' bbenzina.
Infilo il sottopassaggio dàa ferovia, una location sempre pronta e sempre incazzata per chi volesse incazzassi su pelicola. Poi cazzeggio un po'
a Porta Maggiore, vorrei perdermi ma è difficile,
Santa Croce di Gerusalemme è un punto di riferimento troppo lampante.
Poi via Nola, e penzo nervoso fra mme e mme: chissà chi cazz'era
quello del comune di Roma che era originario di Nola, che ha imposto
che proprio via Nola, vena d'asfalto non banale nell'apparato circolatorio
del traffico romano, si chiamasse via Nola e non, che ne so, via Grosseto,
che almeno fa provincia. Via Nola, per la legge del contrappasso,
diventa via Monza e poi via Aosta, che, improvvisamente,
viene in contatto con Piazza Re di Roma (che se si fosse trovata
nel Ghetto Ebraico l'avrebbero chiamata Piazza dei Pizzaroli).
Detto questo, so' arivato. Delle 20.30 che erano si sono fatte le 22.
Sette kilometri a fette (ma Arigliano ne faceva 20 al giorno).
Roma non è poi tanto grande.
Stare a destra a tutti i costi è una delle pecche dello stile-Foglio.
In questo caso abbiamo due modelli di ricchi sfondati a confronto:
nessuno dei due ha bisogno di presentazioni, sono entrambi
sufficientemente sovraesposti dai media tanto da renderci i loro nomi
più familiari di quelli dei nostri vicini di casa, o di scrivania.
Il problema è che il modello di destra, cioè la ricca ereditiera,
famosa per essere famosa, viene elevata ad esempio virginale,
americanissimo, di billionaria che se ne frega, non chiede niente a nessuno
(a parte i soldi e la fama), e prescrive galatei impossibili e diete junk.
Lontano dalla verginità, sospettabile di morale doppia e di incoerenza
con il proprio estratto conto è invece il modello liberal,
che le donne di mezzo mondo non possono che trovare noioso,
e che ha avuto il torto di provare (riuscendoci) a dirigere ed interpretare
film impegnati. Un altro peccato mortale è quello di essersi trovato
a bordo piscina a parlare della prossima crisi in Medio Oriente
piuttosto che¹ del prossimo cocktail.
La verità è che negli Usa adesso quelli
come Clooney sono più pericolosi di un qualunque predicatore nero
perché insidiano, in una società mobile ma incrollabilmente piramidale,
l'appeal delle teorie neocon sulla classe dirigente.
Insidie che mostra di temere un avamposto del pensiero neocon
nella provincia italiana, quale è Il Foglio.
¹per i milanesi e le vittime dell'uso milanese, piuttosto che viene usato qui nella sua originaria funzione avversativa
Hilton vs Clooney secondo il Foglio del 12 giugno Per la gioia ghignante dei teorici di manette antiereditiere, ParisHilton è tornata in cella (e su Fox News la notizia ha oscurato Baghdad, l’Afghanistan, Bush a Roma, tutto: decine di ore dedicate alla scarcerazione, ai retroscena, alle lacrime – a proposito, la foto di Paris che piange in macchina mentre la stanno portando in prigione è stata fatta da Nick Ut, l’autore dello scatto più famoso del mondo: i bambini vietnamiti che fuggono dalla città bombardata con il napalm).
(Paris in lacrime)
Sconterà la sua pena (guidava ubriaca e con patente sospesa), espierà l’orrore antropologico che suscita in quelli che non hanno mai letto “Confessioni di un’ereditiera”, il libro più spiritoso degli ultimi anni: meglio di tutte le “Amache” di Michele Serra, che la definisce “miliardaria nullafacente”, meglio di tutte le battute di George Clooney, che ama fare il divo scanzonato e trasgressivo, si sente molto figo ma non lo è abbastanza da fuggire la stizza verso una ragazzina con chihuahua e cerchietto rosa:
“ParisHilton è un’ipocrita che pur di guadagnarsi la prima pagina è disposta a tutto”, ha detto, lui che deve ogni cosa a un camice bianco che gli dava un’aria sexy, lui che mette all’asta i baci sulla bocca, lui che della sua casa sul lago di Como e del suo cappellino da baseball a cinquant’anni non se ne può più.
(George Clooney)
ParisHilton raccomanda alle ragazze di non uscire mai quando piove, “a meno che non possediate un ombrello di Gucci” e consiglia di entrare in contatto il prima possibile con la propria “ereditiera interiore”, George Clooney invece tenta di dirigere film impegnati e poi se ne esce con frasi così, per spiegare in modo non sospetto che non si sposerà mai e non avrà mai figli: “Ho partecipato a troppi party, provato troppe droghe e dormito con troppe donne. Tutte le sere andiamo a letto pensando di avere trovato l’amore della vita e ci svegliamo accanto a una persona con l’alito cattivo”.
Sono le cose malinconiche dei playboy di provincia, quelli che alle cene finiscono sempre per raccontare gli aneddoti del liceo, gli incidenti in macchina e le cazzate sulle birre che sono meglio delle donne. Roba tristissima, lontana anni luce dallo scintillare continuo di ParisHilton, che consiglia ai giornali di pensare ai soldati in Iraq invece che a lei, e ha una dieta infallibile fatta di “cioccolato a volontà e la sera solo pop corn”.
(La viziatissima Paris)
Secondo Clooney “Paris usa dei trucchetti di bassa lega per mantenere il suo status di celebrità. Senza possedere alcun talento si può arrivare solo fino a un certo punto”. Il divo navigato se la prende con la ragazzina che piange in prigione, perché gli oscura un po’ sui giornali le passeggiate in motocicletta, i cocktail a bordo piscina e le dichiarazioni profonde sullo stato del mondo.
Senza alcun talento si può arrivare solo fino un certo punto, dopo serve la leggerezza che ParisHilton manterrà anche in cella, scrivendo meravigliose memorie sul make up dietro le sbarre, mentre a George Clooney, ereditiero mancato, toccherà lavorare.
Il dialogo che vi riportiamo fedelmente si svolge nell'estate di due anni fa
fra Quinto Fabio Massimo Spergia e Antonio Epicuro Rucola.
In ballo c'è l'acquisizione del Banco Noci e Lupini (Bnl)
da parte della Uccio & Nipoti Rucola (Unirucol). La bancarella,
la prima nella fila centrale del Mercato Coperto, è un target strategico
per un player in crescita nel comparto Verdura come la Unirucol
QFMS - Tony, allora è fatta, abbiamo una bancarella?
AER - Capitone, quello del pesce, sta rompendo le palle,
ma noi siamo già d'accordo con gli spagnoli del banco due,
quello vicino all'ingresso
QFMS- Se ce la facciamo recuperiamo un pezzo di storia...
perché quel banco in quella posizione lì apparteneva ai nostri nonni...
era nato come bancarella dei Rucola
AER - Si tratta di uno sforzo enorme ma ne vale la pena...
a un anno dal nostro rientro alla mediazione...
Montaggio analoggico Ho promesso atmosfera cachondea,
e allora ecco uno dei pezzi di cinema italiano meglio costruiti,
un vero esempio di montaggio analoggico
(vedasi il passaggio scimmietta - bandiera dell'Italia - italiano medio
che regola le manopole del suo apparecchio tv anni 70 con sguardo allucinato)
Riccioluto, biondo, spaccone, griffato, strapagato
fazioso, capzioso, superato, spudorato
dite il cazzo che volete
ma Santoro resta uno degli anchorman più gagliardi
e la puntata di ieri su Telecom era puro spettacolo
compresi i jeans della Borromeo
travestita da giovane