TONY RUCOLA

Il lounge all'olio d'oliva

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Non lustro più le scarpe. Forse sei stato troppo tempo in galera, non te l'hanno detto: non lustro più le scarpe!

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venerdì, 31 agosto 2007

Low cost tip



La forza della vita questo weekend mi porterà in giro in vespa per i dintorni romanacci. Il mio ottimismo mi dice che qualcuno di voi sa un posto carino dove andare e stare bene ed essere felici, quasi satolli di low cost happiness. La mia forza di volontà mi ha fatto arrivare fino a venerdì. Sì, l'autostima mi ha incontrato all'improvviso, ieri notte all'una, a Roma Sud.

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 17:37 | link | commenti |
un italoamericano a roma

giovedì, 30 agosto 2007

Che La Forza sia con me
(and with all the Tiraboschi-wasted guys)

Stanotte (00.30 - 1.00 circa) sarò collegato telefonicamente con i bombers di RadioDue. La trasmissione si chiama "La Mezzanotte di RadioDue" e si parlerà della forza di volontà. Mi chiamano in quanto ex volenteroso portatore di pizze e narratore di sfighe proprie e altrui. Il buon vecchio "Tu, quando scadi?" a distanza di quasi due anni, ancora tira. Adesso, che Ambra ("sfigatissima", per chi ha visto quelle puntate di Dammi il Tempo nel lontano febbraio 2006) presenta la Mostra del Cinema di Venezia, e io caracollo con un vespa verniciata meglio per una città che offre sorniona innumerevoli possibilità di farcela e di non farcela.

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 18:20 | link | commenti (5) |
cronaca rucola

martedì, 28 agosto 2007

Se Vienna avesse le pucce...

Oggi volevo parlarvi d'altro, ma mi sono imbattuto in questo articolo di Repubblica del 29 settembre 1985: Sandro Viola, firma storica che ci ha raccontato, fra le altre, Beirut e Gerusalemme; arriva a Lecce,
e "sentite" che pezzo fa:


VIAGGIO IN PUGLIA / 1 Gli sfasci italiani, le rapine, la lebbra urbanistica
sono lontanissimi. La città è come una piccola Austria:
un' isola quieta, benpensante, moderata

IL RITARDO CHE HA SALVATO LECCE

Quando al Sud lo sviluppo lento è una fortuna. L' autocontrollo della borghesia
e la buona prova della Dc. 'Sarebbe difficile entrare nel Circolo cittadino
a chi ha commesso scempi edilizi'. Il fiorire delle riviste letterarie

dal nostro inviato SANDRO VIOLA

LECCE - Di diverso, dopo vent'anni d' assenza, trovo soltanto il tavolo dello "chemin de fer". E' l'una di notte, e secondo il vecchio costume leccese al Circolo cittadino si sta giocando forte. Ma l'ultima volta che avevo occhieggiato in questa stanza, dovevano essere i primi Sessanta, attorno al tavolo verde c'erano una dozzina di persone in giacca e cravatta, composte silenziose. I famosi "signori di Lecce". Adesso ne vedo invece molte di più, forse il doppio, e tutte scamiciate. Il brusio è intenso, ogni tanto s'ode un' esclamazione nervosa. E la novità di questi vent'anni sta qui, in quest'immagine di mobilità sociale intorno al panno verde del Circolo cittadino. L' emergere, come si dice adesso, dei nuovi ceti, la partita di "chemin" che s'è fatta più rumorosa e concitata; meno composta d' un tempo. Per il resto, trovo Lecce deliziosamente uguale a com'era. Identica è la notte, calda, un po' sciroccosa, nel cortile del vecchio circolo fitto di palme, araucarie e magnolie, un po' Palermo e un po' il giardino del "Raffles" a Singapore. Identica la cadenza pigra e dolce del dialetto, quel "tu" mai arrogante, anzi gentile, dato dai vecchi soci agli inservienti.

Identico quel gesto della mano, un lieve svolazzo di dita, con cui il leccese indica al cameriere del circolo, del bar, del ristorante, che il conto è "suo": il gesto spagnoleggiante che ancora, dopo secoli, impedisce all' "ospite" di mettere mano al portafoglio. Poiché s' impone subito, già nelle prime ore dell' arrivo a
Lecce, questo repertorio d'immagini produce una sensazione di "tempo fermato". Gli sfasci italiani, la lebbra urbanistica, la maleducazione uscita dai mutamenti tumultuosi del costume, sembrano lontanissimi. In piccolo, Lecce si pone nei confronti del resto d'Italia come l' Austria di questi ultimi vent'anni si pone nei confronti dell'Europa: un'isola quieta, senza troppi sussulti o grida, benpensante, moderata. Il caso me ne fornisce l'altro giorno una curiosa dimostrazione. Proprio di fronte a quel tempio della borghesia che è il Circolo cittadino, ecco una trentina di operai - appena licenziati dall' azienda della nettezza urbana - che "occupano" l'androne del Comune. Stanno lì vestiti correttamente, senza agitarsi, mentre i rappresentanti sindacali fanno la spola tra occupanti e autorità. Nessun fracasso o turbolenza.

Ma la sera ci sarà un grande pranzo al circolo, presenti tutti i notabili della città, per festeggiare la fine dei lavori del nuovo stadio, e uno degli operai dice con tono risentito: "Quando arrivano, gli faremo un bel battimano". Allora interloquisce un altro, più anziano e autorevole: "No, non stiamo qui per sfottere. Quindi niente battimani...". D'altronde "tempo fermato" non significa stagnazione.
Lecce non è più come l' aveva vista Guido Piovene trent'anni fa, "appartata e statica, l'industria quasi nulla, con poca tendenza alle iniziative economiche". La crescita c'è stata, e anzi, a scorrere qualche statistica, risulta una delle più veloci di questo decennio italiano. Il fatto singolare è che lo sviluppo ha mutato di poco, senza squassarli, i metri dell'esistenza, il volto della vecchia città, i tratti cortesi della gente. La transizione tra l'economia agricola d'un tempo (imperniata sulla viticoltura e sulle tremende fatiche contadine della coltivazione del tabacco) e la realtà mista di oggi, agricolo-industriale, è avvenuta a prezzi sopportabili. In ritardo rispetto ad altre parti d'Italia, ma meno convulsa, meno virulenta. Per accorgersene, basta passeggiare un paio d'ore nel centro storico. La Lecce barocca è praticamente intatta. Nessuno ha tentato di sventrare, sopraelevare, riadattare.

Il gomitolo delle vecchie strade, i palazzi di tufo dorato, la fuga delle decorazioni gongoriane, il susseguirsi degli stemmi sopra i portali (Tresca, Lopez y Royo, Bozzicorso, Personè, dell'Antoglietta), il rigoglio dei putti e dei fogliami, dei santi e dei "cartocci" sulla facciata delle chiese, tutto è discretamente conservato. Vedo dei puntelli attorno a palazzo Vernazza, e sulla facciata di Santa Croce i ponteggi d' un restauro che dura ormai da troppi anni. Ma in compenso mi mostrano una serie di palazzi restaurati o in via di restauro che le famiglie della nuova ricchezza, significativamente, già abitano o verranno ad abitare. E' il segno che la città coltiva la memoria di sé stessa, il senso della sua continuità. Un prodigio, se si fa il paragone con l'irrimediabile degrado di Palermo o con la fatiscenza dei "quartieri" a Napoli, le altre grandi città dei tre secoli di dominazione spagnola. Vado allora a vedere le periferie costruite negli ultimi anni, Santa Rosa, San Cataldo, e anche qui scorgo una decenza, un certo equilibrio. I nuovi quartieri sono brutti ma non orridi, l'effetto estetico è di scontento, d'irritazione ma non di ripugnanza. E lo stesso è per i negozi, tanto quelli della città vecchia come gli altri delle periferie: tutti lontanissimi dall'oscenità dei negozi di Taranto, di Cosenza o di Reggio, persino meno chiassosi di quelli in stile beiruttino che stanno invadendo Roma.

Questa è la peculiarità leccese: un senso della misura, la riluttanza ad inseguire il nuovo in quanto tale, come che sia. A
Lecce nessuno deve aver mai pensato - al contrario di quel che intanto avveniva in molte parti d' Italia - che per crescere economicamente bisognasse tagliarsi i ponti alle spalle. A Taranto, non qui, ci sono stati impulsi del genere, impulsi da Terzo Mondo. Qui lo sviluppo economico, gli incrementi demografici, le mutazioni del comportamento, tutto s'è prodotto (forse a causa della marginalità geografica, forse per una saggezza conservatrice) in modo graduale. Dalla Lecce monarchico-liberale che scandalizzava le nostre sensibilità sinistroidi tra i Cinquanta e i Sessanta, sono venuti più pregi che danni. Certo, l'esistenza d' una tradizione signorile ha favorito questa inclinazione alla sobrietà. Dice Marcello Strazzeri, professore universitario e consigliere regionale del Pci: "Bisogna riconoscere che la borghesia leccese ha dimostrato un grande attaccamento per la propria città. Rapine edilizie, sconquassi urbanistici non se ne sono avuti. E si capisce: qui non sarebbe stato facile andare al Circolo cittadino, la sera, come se niente fosse, essendo gli autori d'uno di quegli scempi che avvenivano nel resto d' Italia.

Il costruttore troppo avventuroso, l'amministratore notoriamente corrotto si sarebbero visti voltar le spalle da tutta la gente che conta...". "Infatti", interloquisce il sociologo Paolo Fumarola, "qui non è soltanto questione di maggioranze e minoranze politiche. Vari uomini politici troppo spregiudicati sono stati messi fuori gioco, prima ancora che in Consiglio comunale, all'interno delle loro Logge massoniche...". Un auto-controllo della borghesia, un tracciato sotterraneo di memorie che è servito a conservare i valori della dignità personale? "La cosa certa", dice Luigi Pedone alla Federazione del Pci, "è che negli anni tra Sessanta e Settanta, quando ancora la Dc collezionava scandali in tutta Italia, i democristiani leccesi dettero prova d'un certo perbenismo...". In uno dei bei palazzi della città, una famiglia maggiorente m'invita ad una serata con alcuni esponenti dell'industria e della banca, un paio di grandi proprietari agricoli, un ex presidente della Regione Puglia, il rettore dell'Università. I balconi sono aperti sul giardino interno, il giardino affaccia sulla càvea d'un teatro romano illuminato dalla luna, i padroni di casa e un cameriere passano tra gli ospiti offrendo pasticcini, gelati, liquori. Si parla appunto di come sia avvenuto lo sviluppo leccese di questo quindicennio, lento ma senza traumi, e l'aria è di generale compiacimento.

Dal presidente dell'Associazione industriali, l'impresario edile Donato Montinari, sento fare l'elogio del sindacato. Secondo Montinari, alcuni elementi del quadro leccese (l'esiguità del partito comunista, l'assenza della grande industria) "hanno fatto sì che non vi sia mai stata una forte conflittualità sindacale". Ma a parte le condizioni obbiettive, "c'è stata poi una ragionevolezza, un realismo degli operai e dei loro rappresentanti, che hanno consentito un passaggio senza troppe scosse dall'artigianato alla piccola e media industria". S' aggiunga a questo la grande diffusione del lavoro a domicilio, e si capisce come le manifatture leccesi abbiano potuto presentarsi sul mercato - nel momento in cui ricominciava a crescere la domanda estera - con prodotti di costo contenuto, concorrenziale. Calzature (10.000 operai nelle fabbriche e quasi altrettanti lavoratori a domicilio), abbigliamento, ricami, ma anche meccanica e chimica. "Nel bilancio tra importazioni ed esportazioni", dice il presidente della Camera di Commercio, Leone De Castris, "abbiamo superato le altre province pugliesi". Poiché vengo da Taranto, dove tutti i discorsi sull'economia s' imperniano ancora sul cosiddetto "indotto" dell'Italsider - e in generale su un' attesa d' interventi statali -, mi colpisce il fatto che a
Lecce nessuno invochi programmi straordinari, provvidenze governative, miracoli portati da fuori. Qualche lamento del genere affiora tra l' Università e la Federazione del Pci, ma non nell'ambiente imprenditoriale. Tra gli imprenditori sento semmai circolare un' aria "thatcheriana", una sana diffidenza verso gli eccessi della presenza dello Stato.

E le richieste restano quelle di sempre, sacrosante, d'un miglioramento della rete dei trasporti, rimasta più o meno com'era quando la sola attività industriale di
Lecce era la manifattura (o meglio, semilavorazione) dei tabacchi. La città resta fedele a sé stessa anche nel suo attivismo culturale. Non intendo esagerare i livelli della cultura leccese, che resta di spessore e gusto provinciali: ma misurandone le varie espressioni, è giusto tener presente lo sfondo circostante, il cimitero culturale di Taranto, il vuoto assoluto di Brindisi, e in genere la povertà d'iniziativa in tutto il Mezzogiorno, con l' eccezione dell'editoria barese e palermitana. In questo quadro assumono perciò un qualche valore - soprattutto come testimonianza della continuità d' una antica tradizione umanistica - le riviste letterarie, le collezioni di storia salentina, i libri d' arte, che trasportati nelle province più colte del Nord rivelerebbero la loro obbiettiva modestia.

Ecco "L'immaginazione", per esempio, una nuova rivistina letteraria: un numero monografico con inediti di Palazzeschi, un altro numero dedicato a Franco Fortini, i vecchi "poeti nuovi", qualche narratore agli esordi. Poi "L'ombra di Argo", che Romano Luperini dirige per l' editore-libraio Milella, quindi "L'albero" (ormai quarantennale, diretta da Oreste Macrì), infine "Contributi" che si stampa a Maglie. Nulla di particolarmente significativo, come ho detto. Ma anche qui s' intravvede una specificità leccese: le banche private del Salento che finanziano di buon grado gli editori, e tutt'attorno gli avvocati, i medici, molte signore della borghesia, gli assistenti universitari che non si perdono un numero delle varie pubblicazioni. Così, se oggi non si potrebbe più scrivere - come faceva Piovene nel "Viaggio in Italia" - che "a
Lecce, nei ceti alti e dirigenti, una questione di cultura interessa di più d'una questione economica", resta che la città conserva la sua antica indole intellettuale. "Non le dico", mi racconta ironico un avvocato, "cos'erano i dibattiti al Cine-Forum prima che decidessimo d' interromperli. Una gara tra penalisti disoccupati, una fioritura di tesi e contro-tesi, discussioni che duravano il doppio della durata del film...".

E la direttrice dell' "Immaginazione": "Le difficoltà per varare la nostra rivista non sono state poche. Ma il più difficile è venuto dopo, quando è cominciato l'assedio degli aspiranti poeti e scrittori, una pressione che non ha tregua...". Mi congedo da
Lecce avendo in mente questo gustoso quadretto provinciale, di ferventi dibattiti al Cine-Forum, di cassetti pieni di manoscritti, d'intellettualoidi che sognano un debutto letterario. Anch'esso - tipico di come fu in passato la provincia - s' inserisce nel repertorio delle immagini del "tempo fermato". Immagini che sino a qualche anno fa consideravamo quasi patetiche, le prove del ritardo e della perifericità, e che oggi ci sembrano invece i segni residui del vivibile.
 

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 15:07 | link | commenti (3) |
cronaca rucola

lunedì, 27 agosto 2007

Chi l'ha scritto?

Quanto segue vorrei averlo scritto io.
Indovinate la citazione, vincete un mappamondo:

«Stavo diventando troppo vecchio per farmi dei nemici potenti quando non avevo buone carte in mano, e avevo perso un po' di quell'entusiasmo che in passato mi aveva portato a fare quel cazzo che volevo, con la certezza che potessi farla franca. Ero stanco di scappare, stanco di non avere un asso nella manica. una sera, mentre me ne stavo solo soletto nel patio di Al, ho pensato che un uomo non può campare solo grazie al suo cervello e alle sue palle per l'eternità. L'avevo fatto per dieci anni e avevo la sensazione di essere in riserva».

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 20:25 | link | commenti (6) |
juke rucola

venerdì, 24 agosto 2007

Agosto merda

Scherzi a parte, l'unica cosa che mi preoccupa è che finisca Agosto, da sempre un mese del cazzo, un bluff messo lì al centro dell'estate, una fregatura. All cats are grey dei Cure è uno specchio fedele del mio "stato d'animo" (che espressione del cazzo, possibile che in italiano non ci sia un equivalente di mood, o di groove?).
Se detestate agosto come me, sentitevi anche O' Venezia, Venaga, Venusia di Nino Rota. Trovate tutto in questa stupenda playlist su Radioblog

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 20:03 | link | commenti (2) |
juke rucola

À la Milani



Quando ormai manca una settimana alla fine di agosto,
sono molto preoccupato per:


1) La crisi dei rapporti Usa - Russia
2) La crisi dei rapporti Italia - Israele
3) qua c'è una battuta (es. : la crisi dei rapporti Avellino - Catanzaro)

Poi sono molto preoccupato per:

1) Il calo delle borse
2) Il calo della domanda interna
3) qua va un'altra battuta, di cui non mi viene neanche l'esempio

Dormo poco e male, forse dovrei:

1) Staccare un po', prendermi una settimana di ferie
2) Staccare un po', prendermi un quinquennio sabbatico
(questa è già una battuta, attenzione)

3) Staccare un po', prendere il vizio del bere

Sto pensando di telefonare a un vecchio amico, chiamo:

1) Marcello Pera, per bere come ai vecchi tempi
2) Felice Centofanti, per andare a troie come ai vecchi tempi
3) Ruben Sosa, per sniffare la colla come ai vecchi tempi

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 16:01 | link | commenti |
tony in rucoland

giovedì, 23 agosto 2007

USA for South Italy



...perché nel Pantheon di Tony Rucola non potevano mancare gli Squallor

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 16:11 | link | commenti (3) |

mercoledì, 22 agosto 2007

Altri scatti dal delirio (...segue)


Stakanovisti della pedana


Mito at work


Formazione ufficiale 2007


Guru 'mmaru


7.30: l'ultima ronda

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 16:00 | link | commenti |
rucolive

martedì, 21 agosto 2007

Altri scatti dal delirio


Il popolo (pressato) della Rucola


Facce satolle del popolo della Rucola


Mexico e Rucola


Il popolo non molla


Zumpappà
(segue...)

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 13:03 | link | commenti (8) |
rucolive

lunedì, 20 agosto 2007

ONI WORLD

questo è un titolo di un ansa di oggi:

ANSA (POL) - 20/08/2007 - 19.06.00
RAI: PETRONI; ROGNONI, CHIAMATA ALLE ARMI DA BERLUSCONI

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 19:20 | link | commenti |
cronaca rucola

Stappa un Serra
(ciò che segue è roba di Michele)


Ruttone
In contrapposizione alla moda dilagante dei vini molto elaborati, si fa strada una controtendenza, quella dei vini popolari, a basso costo, di pronta beva. Il Ruttone è un uvaggio di Lambrusco, Barbera e Badedas molto spumoso e dal forte carattere: deve il suo nome al fatto che, già stappandolo, si sprigiona dalla bottiglia un potente rutto, allegro e contagioso. Lo stesso consorzio che produce il Ruttone ha in listino anche il Ventrazza, un bianco frizzante in grado di raddoppiare a ogni pasto il volume corporeo del bevitore, e il Super, erogato dalle pompe di benzina.

Campania
Momento fortunato per i vini del Napoletano. Le discariche a cielo aperto permettono l'impianto di vigne che cominciano a fermentare prima ancora della vendemmia. Ottimo lo Pneumatico, un vinello rosso dall'inconfondibile bouquet di copertone bruciato, e salutato con favore anche il Percolato Riserva, ottenuto dalla pigiatura precoce dei rifiuti speciali. Più discusso il Frecatura, un bianco passito venduto in bottiglie bucate, già usate per allenarsi al tiro a segno dagli affiliati alla camorra. Una buona notizia: i clan dei Padreterno e dei Fottimmo, acerrimi rivali in altri comparti economici, si sono uniti in consorzio per produrre il Gesummaria, un discreto rosso da tavola che deve la sua fortuna a una simpatica trovata commerciale: acquistarlo è obbligatorio per tutti i residenti nel territorio dei due clan.

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 13:24 | link | commenti |

venerdì, 17 agosto 2007

Olive oil delirio



Adesso sono qui. A Roma. Tengo a bada le pulsioni suicide e penso al terzo ferragosto all'olio d'oliva, la devastante edizione 2007. Il Buenaventura scoppiava: saranno passate 3000 persone, ci dicono dalla Questura di Vanze. Forse alla prossima dovremo farci trovare pronti, ed ospitarli in una struttura nuova di zecca, il PalaRucola. La litoranea ne ha bisogno.


E' stata una nottata lunga, iniziata alle 23 con le solite rogne in fase di montaggio dell'impianto, proseguita fino alle 7.30 passando, come al solito, per molti generi.
Qualcuno non ha gradito l'inizio funky e soprattutto l'ora di dance che mi sono concesso, però a me piace variare, cazzo. Mantenendo molti punti fermi, ma senza annoiarsi in un lavoro rischia altrimenti di diventare ripetitivo e soffocante. Qualcun altro mi ha ribattezzato il "dj operaio": otto ore alla macchina - alle sette meno un quarto sono finalmente andato a pisciare, mi stava scoppiando un rene.
In molti spero si siano divertiti. Io ero poco rilassato, perché temevo che da un momento all'altro la marea umana avrebbe travolto la mia precaria postazione. O che le oscillazioni della pedana avrebbero fatto cadere le casse. In più era pieno di gente che voleva a tutti i costi consigliarmi un pezzo o un genere da mettere. Non si fa, non si fa, il dj ne soffre. Mi sono rilassato verso le sette, quando Silvio della Masseria Belli mi ha spiegato che la rucola, quannu nu' bbè mmara, nu' bbè rucola (la rucola quando non è selvatica non è rucola): non bisogna innaffiarsi, non bisogna coltivarsi. Sarò sufficientemente 'mmaro anch'io?







L'Ultima Parola di: TonyRucola a 11:56 | link | commenti (6) |
rucolive

mercoledì, 08 agosto 2007

Falling Manifesto

Lo spunto viene da questa notizia trovata su repubblica.it: un coccodrillo cade dal dodicesimo piano di un palazzo, ma si rialza e cammina tranquillo; unica conseguenza della caduta un dente rotto. C'è modo e modo di riprendersi da un tonfo, ma questo rettile esagera. Il coccodrillo, nel senso comune, è l'immagine animale del figlio di puttana. Spietato, opportunista, indistruttibile. Viene spontaneo accostarlo a certi politici, soprattutto a quelli di lungo corso.

(Se state pensando ad un romano con un serio problema di cifosi, cresciuto all'ombra di De Gasperi, che ha ricoperto 28 incarichi di primo piano nel governo del paese ed è stato ritenuto da una sentenza definitiva colpevole di «
una autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi fino alla primavera del 1980», ecco se state pensando a lui, state pensando male, ma come lui stesso dice, probabilmente indovinate).



Ma, ritornando al nostro coccodrillo, noi della Tony Rucola Srl riteniamo che cadere e poi rialzarsi sia importante. Però bisogna sopportare tutte le conseguenze della caduta, magari non rialzarsi subito, rimanere un po' laggiù, stesi dal tonfo a meditare: a crogiolarsi nel crollo. La Tony Rucola Srl è in fondo in fondo cattolica (ancor prima che giudomassonica) e crede fermamente nella pratica catartica dell'espiazione. Siamo nati con la colpa addosso, e se siamo caduti è perché lo meritavamo. Poi però toccando il fondo si risale, e non c'era bisogno di sentire il Capossela di Scatafascio per capirlo.

Ci teniamo quindi ad affermare in questa sede che la Tony Rucola Srl e il blog di Tony Rucola sono irremovibilmente caduchi e si rivolgono alle persone in equilibrio precario. Pensiamo che mettere il piede in fallo, e poi fallire, sia operazione feconda. Siamo favorevoli alle ferite suturate, alle cicatrici. Al sapore agro, all'abito sporco, al continuo rumore della vita. Riteniamo invece inutile e dannoso presentarsi intonsi al proprio funerale.

L'Ultima Parola di: TonyRucola a 13:28 | link | commenti (1) |
la versione di tony