Per quanto ne so, rientro ancora fra i ggiovani. In Italia, poi, si è giovani ad libitum. Come molti giovani, "Io mi rompo i coglioni", come canta il grande Bugo quando canta. Al più, come i francesi di Paolo Conte "le balle poi mi girano", e quelli sono i momenti intensi. Insomma il buon vecchio tedium vitae, avendo però il doppio degli anni del Giovane Holden, il buon vecchio Giovane Holden, che si rompeva le palle e quindi poi scriveva un romanzo in cui raccontava di un giovane uso a rompersi i coglioni.
Il tedio invece che alla produzione artistica può portare all'omicidio, avverte lo Zio Eugenio. L'avvertimento riguarda soprattutto quegli universitari del cazzo. Fuorisede, fuoricontrollo, fuorilegge. In vacanza dall'autorità paterna. Anni di ferie dalla morale, in città trasformate in paesi dei balocchi, a fumare sigari e bere birra e giocare a biliardo con qualche Lucignolo di Campobasso. Mannaggia sti studenti mannaggia. Fra un esame di istologia e l'altro, pronti a dare fuoco al vicino di casa per dare un po' di brio a fiacchi palinsesti esistenziali.
Scroto e proletariato
(un pezzo oscuro, pressoché impubblicabile)
Fabrizio C#######o peraltro è stato chiaro nel suo testamento: l'agendina, la preziosa, tormentata agendina con i numeri delle troie non può finire nelle mani di Elio V##o; essa sarà affidata al buon senso di Roberto G#######o. Proteste, vivissime, di Savino P######a. Marco F######o, senza mezzi termini, rivendica per il neonato Partito Comunista dei Lavoratori una quota di mignotte da devolversi alla causa della libido operaia. Fordismo o postfordismo che dir si voglia, se qualcuno ha scritto della fine del lavoro, nessuno può parlare di fine delle erezioni.
Dentro lo scroto del proletariato, i lumpen-testicoli continuano ad elaborare rabbiosi indurimenti di nerchie affatto fiaccate dallo sfruttamento. C#######i (Fiom): "Chi lavora ha sete di bernarda, i boxer delle tute blu stanno per esplodere". Gli fa eco E#####i (Cgil): "Il lavoro dipendente ha bisogno di fica". E Mxxxxxxxxe promette: "La Fiat farà trovare tre etti di fregna in più in ogni busta paga a fine anno". Tre etti per ogni operaio del Lingotto. Panico ai bordi della tangenziale di Torino.
Questo delitto di Perugia arrapa, non è il solito fatto di cronaca viscidamente amplificato per distrarre il popolo da inculate passate presenti e future. Di Cogne nessuno o quasi dubita più un cazzo, l'unica voce che si leva dal loggione è: "Dai Annamaria dìllo, non ti facciamo niente, ma dìllo". Su Garlasco tutti a chiedersi "Alberto, perché?". L'assassinio di Meredith è una vicenda molto più complessa e sexy. Innanzitutto, è un cinque nazioni: un'inglese, un'americana, un congolese, un ivoriano, un barese. Sullo sfondo, la promiscuità del progetto Erasmus, il "pigro e torbido" stile di vita universitario, i problemi di una città che ospita studenti, la droga, l'alcol, il sesso, la noia.
E' un impasto fighissimo per qualunque balordo pennivendolo. Infatti i media di tutto l'orbe terracqueo se ne occupano avidamente. In più, il fatto che la vittima sia una tranquilla inglesina con i suoi bravi parents, parecchio british e quindi molto low-profile, alleggerisce di ogni senso di colpa la morbosa curiosità che tutti noi riversiamo sulla vicenda di una ragazza uccisa. (Quanto sono noiosi, quanta scena fanno quei parenti di vittime italiane: ma lasciateci spiare, dio guardone!).
Ma poi soprattutto c'è lei, Amanda. Erano anni che non si vedeva una colpevole così. Una ventenne dagli occhi azzurri bugiarda, manipolatrice, sensuale, spietata, folle, grafo(e forse ninfo)mane. Ha cambiato 74 versioni in meno di un mese. Nell'ultima pare che indichi chiaramente come assassino il fantasma di Patrick Swayze. Il risultato della sua "linea difensiva" è che adesso i dubbi della gente sono solo se lei è l'assassina o la mandante. Ma rimane il personaggio. Al netto di istruttoria, processo e condanna, tutti aspettano Amanda: fenomeno televisivo di là da venire, magari tronista da Maria de Filippi, a scegliersi il calciatore lampadato col profilo criminale più interessante. L'assalto a Fort Knox è già iniziato.
Rai-Mediaset. Crippa avrebbe raccomandato a Cattaneo di tacere sui pessimi risultati della Viterbese.
Riparte il campionato. Stretta sul tifo: sarà proibito portare peli superflui allo stadio.
Pacchetto-Welfare. Molto discussa la norma che vieta le assunzioni degli under 48.
Cinema. Gennaro Vibbrione presenta al Frosinone Film Festival "Ti amo, sfaffilococco", ambiziosa docu-fiction sui bagni pubblici di Castellammare di Stabia.
All'inizio, della tua disoccupazione se ne preoccupano i colleghi. Poi (mentre ti fanno fuori) ti rassicurano i datori di lavoro. Quindi diventa una faccenda per i sindacati, una questione da giurislavoristi. Col tempo, ne beneficiano gli osti. Poi i farmacisti. Alla lunga ne approfittano gli spacciatori. Nei casi peggiori, gli strozzini. Certo ti dovrebbero riassumere, perché con quei soldi potresti parlarne con gli psichiatri.
Ma non assumono.
L'unica cosa che si ASSUME, qui in Italia, è la droga.
La droga ha un record di assunzioni.
(Questa non è mia)
Tutto questo pezzo è all'attenzione di Daniele Luttazzi: assumi-mi, Daniele
Una domenica maggioritaria, di quelle che potresti essere uno dei tre milioni e mezzo che votano alle primarie del Pd o uno dei sette (ma perché non 98, perché questo spara delle cifre a cazzo e nessuno gliele controlla?) milioni che firmano ai gazebo del Partito del Popolo. Umile pedina del "Sistema", vado dove "esso" mi vuole: ha chiuso gli stadi per spedirmi ai centri commerciali. Io lo ascolto e vado all'Ikea. A Milano è facile: prendi la linea rossa fino a Bisceglie, poi da lì c'è un autobus che ti porta fino al magico capannone gialloblù della casa dei sogni. Nell'autobus nessuno parla italiano: gli inclusi ai centri commerciali ci arrivano in macchina. Insieme agli altri outsider, sbarchiamo felici cercando col nasino gli odori scandinavi del mega ristorante per famiglie. Siamo tutti famiglie o abbozzi di nuclei familiari, coppie di fatti o coppie a progetto. Le consorti martoriano minche in serie, i consorti masticano madonne, i bambini gridano.
Le polpette svedesi aspettano al varco, 10, 15 o 20. Quando è il tuo turno scegli il numero di polpette che ti caratterizza di più e guardi in cagnesco l'addetta allo spolpettamento. Le polpette poi le conti con cura una volta seduto al tuo tavolino. Sono giuste, qui c'è onestà, qui le cose sono scandinave e funzionano, cazzo. Il mondo, sottoforma di zona industriale affatto mediterranea, ti aspetta minaccioso aldilà delle rondini finte disegnate sulla mega vetrata del ristorante. Dopo mangiato, in un torpore post-prandiale, posiamo l'occhio istupidito su billy e grankulle. Camminiamo lenti fra i divani letto e le soluzioni per la cucina. Siamo sempre come in coda. Così per ore. Per fortuna che alla fine di tutto c'è l'hotdog catartico.
Ritorniamo in città. Non paghi, spuntiamo sotto il Duomo, in tempo per vedere resti di tramonto dalla terrazza del settimo piano della Rinascente. Qui di nuovo code su code, ma l'aria è diversa: sono tutti parecchio inclusi, inclusi a bestia, si strafanno di reddito e ci tengono a fartelo sapere. Uscire da un posto così senza spendere almeno 394 euro è illegale, o almeno così vorrebbe Lamberto Dini in un emendamento alla Finanziaria. Ma essendo noi in odore di esplusione, in quanto non "titolari di fonti certe di reddito", abbandoniamo il luccicante edificio senza averci lasciato un euro. «Perché noi, il popolo...»
A Lecce delle cose succedono. Per uno spazio di riflessione che chiude, ce n'è un altro, brand new, che apre. Il nome è impegnativo, si chiama Manifatture Knos, e aprirà alle 18.55 di sabato 17 novembre. C'è dietro un gruppo di gente che si sbatte e spero che ne venga fuori una nuova area fertile per tutti gli artisti ciucchi e i bazzicatori beoni che popolano la mia città e ai quali mi sento molto vicino.
IMPULSO DI DISTRUZIONE Spesso si parla dell'impulso di distruzione della massa: è la sua caratteristica più vistosa, quella che, innegabilmente, si ritrova ovunque, nei paesi e nelle civiltà più diverse. Esso è, si, individuato e biasimato, ma non è mai chiaramente definito. Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più volentieri. Perché si tratta spesso di cose fragili, come lastre di vetro, specchi, vasi, quadri, vasellame, si è tentati di credere che proprio la fragilità degli oggetti stiomoli la massa a distruggerli. Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri, contribuiscono considereviolmente ad aumentare il piacere. Sono i forti suoni di vita di una creatura nuova, le grida di un neonato. La facilità con cui si suscitano li rende ancora più graditi; tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l'applauso delle cose. Un particolare bisogno di questo tipo di rumore sembra manifestarsi all'inizio degli avvenimenti, quando la massa non consiste ancora di molte persone e poco o nulla è accaduto. Il rumore promette il rinforzo in cui si spera, ed è un presagio felice per ciò che verrà. Sarebbe però errato credere che l'elemento decisivo sia la facilità di rompere. Si sono aggredite delle statue di dura pietra e non ci si è dati pace finché non sono state sfigurate, rese irriconoscibili. Da cristiani sono state distrutte teste e braccia di divinità greche. Da riformatori e rivoluzionari sono state abbattute le immagini dei santi, a volte da luoghi altissimi, a rischio della propria vita; e spesso la pietra che si cercava di spezzare era talmente dura da costringere a lasciar l'opera a metà.
La distruzione delle immagini che raffigurino qualcosa è la distruzione di una gerarchia che non si riconosce più. Si violano distanze stabilite in generale, che sono evidenti a tutti e valgono ovunque. La loro rigidità era l'espressione della loro permanenza; si crede che esistano da tempo, ritte e inamovibili; ed era impossibile avvicinarle con intenzione ostile. Ora sono travolte e giacciono in rovina. In quest'atto si è compiuta la scarica.
Elias Canetti, Massa e Potere, Adelphi, pp. 22-23 Quest'opera, che accompagnò nella sua realizzazione tutta la vita di Elias Canetti, fu concepita negli anni Trenta. Attualissima però, no?
Dacci oggi la nostra indignazione quotidiana,
e liberaci dalla realtà, amen.
Lunedì sera mi sono forzato a vedere fino in fondo un'intera puntata di "Porta a Porta". Si parla del caso di Perugia, il titolo d'apertura è "Chi ha ucciso Meredith?". Fra gli ospiti ci sono la sempiterna Simonetta Matone, l'ottimo Paolo Crepet, una ventenne neoannunciatrice della rai che aveva avuto qualcosa a che fare con Perugia, un nuovo criminologo, tal Mastronardi (non più l'ipnotico Francesco Bruno), la rettora dell'Università per Stranieri di Perugia, e poi, ineffabile, non può non suonare alla porta Michele Cucuzza. In platea sono stati invitati una manciata di studenti da Perugia, che il conduttore sa innescare e tacitare a suo piacimento.
Dopo qualche timido reportage sulla realtà perugina, la serata vira decisamente verso il guano della chiacchiera fra scandalizzati. Procedendo inesorabilmente di sociologismo d'accatto in sociologismo d'accatto, le conclusioni sono che una città universitaria è un ambiente pericoloso e criminogeno, e che uno stile di vita da studente fuorisede è foriero di pulsioni o azioni violente, quando non omicide. E ancora, che le canne, così come i blog, "estrinsecano istanze aggressive" (così il mirabile verdetto del criminologo). Questo partendo dal dato incontrovertibile che due degli indagati, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, avevano un blog e fumavano le canne. Il procedimento è sempre quello, allora: si prende un fatto di cronaca, lo si gonfia, se ne astraggono le singole caratteristiche, si generalizza, ci si indigna cercando di far indignare il pubblico a casa, si invoca l'ennesima proibizione che spesso purtroppo arriva sottoforma di legge, decreto d'urgenza o ordinanza restrittiva. Tutto fino alla prossima "emergenza".
Autogrill "Badia al Pino" (Arezzo). La paranoia securitaria genera mostri. E morti. Una rissa in autogrill, due cazzotti fra due macchine qualunque di tifosi qualunque, diventano il pretesto, per un uomo che indossa una divisa, di incarnare l'ansia di sicurezza di una società di merda.
Se tutto il pubblico de "la vita in diretta" ti chiede di riportare al sicuro le strade, tu al primo accenno di rissa all'orizzonte prendi e spari. "Ho sparato in aria", si è sentito all'inizio. Ma forse si era già sentita, questa. L'ultima è che un poliziotto, descritto come un "padre di famiglia" (solito nausebondo edulcorante narrativo), ha sparato ad altezza d'uomo dopo aver visto del casino in lontananza. Un testimone ha raccontato di averlo visto nell'atto di sparare a braccia tese. Un ragazzo di 26 anni è stato raggiunto al collo da un proiettile ed è morto. Era in macchina e dormiva. Gabriele Sandri seguiva la sua squadra in trasferta ed era un dj. Due cose che mi fanno dire: potevo essere io.
Le istituzioni del calcio volevano fermare le partite, ma si sono scontrati soprattutto con la volontà del capo della polizia, Antonio Manganelli, di non bloccare nulla per evitare un assalto alle divise. Gli ultrà dell'Atalanta erano per lo stop, e lo hanno imposto a loro modo. Hanno danneggiato un simbolo, un paio di barriere di vetro che dividono la curva Pisani dal campo, e hanno ottenuto il loro scopo. A Taranto è stato fatto lo stesso. A Roma la reazione è stata più pesante, un pullman della polizia bruciato, qualche altro danno a una stazione dei carabinieri, e 100mila euro di danni alla sede del Coni. Simboli.
Proibiamo un po'... La reazione è stata questa: misure ancora più restrittive per limitare o impedire le trasferte. Così che nuove, pericolosissime risse non costringano i poveri tutori dell'ordine a sedarle uccidendo qualcuno a caso. Fa più male un cazzotto o un proiettile?
Già adesso andare allo stadio, soprattutto in trasferta, è una complicata avventura burocratica, grazie all'ottimodecretoAmato. Bisogna fare il biglietto, nominativo, entro le 18:00 del giorno prima della partita (molto comodo quando, come succede in B, si gioca di martedì). Se non sei nella città della tua squadra, devi sperare che il biglietto si possa acquistare da una rivendita del circuito Ticketone o da una banca alla quale la società ospitante si appoggi. Dentro lo stadio non conviene portare bandiere con scritte: bisogna chiedere l'autorizzazione via fax alla questura competente, dando il proprio nome, una foto dettagliata della bandiera in questione, e indicando dove si dovrà sventolarla.
Se sulla bandiera ci sono solo i colori sociali della propria squadra, può passare, ma attenzione all'asta: se viene giudicata troppo grossa, può essere ritenuta una mazza e le conseguenze vanno oltre la semplice diffida (dai tre agli otto anni passati a firmare in commissariato ad ogni partita: chiamala semplice). Stesso procedimento per lo striscione, che in più deve essere ignifugo (sono quelli lucidi, come quelli dei club o come quelli pubblicitari). Chiaro l'obiettivo della norma: privare gli ultras di uno dei punti di riferimento, lo striscione. Perché da una parte nessuno darà il proprio nome, prendendosi la responsabilità per un'intera curva, dall'altra dover fare uno striscione ignifugo significa fare una cosa esteticamente brutta e pesantemente costosa. Così vi spiegate perché gli stadi (tranne qualche eccezione non casuale, tipo la Juve) sono senza striscioni e colori, e perché le partite iniziano senza quegli spettacolari sipari pirotecnici.
Piangono i bambini... Un ultima cosa, a proposito del solito vergognoso comportamento dei media quando si verificano fatti di questo genere, a Bergamo hanno inquadrato un paio di bambini che piangevano, collegando il pianto alle violenze degli ultras e mettendoci il retorico cappello: "sono immagini che valgono più di mille parole". Ora, in qualunque partita, se si va a ravanare con la telecamera, si trova un bambino che piange; così come se ne trova un altro che ride, e un altro che grida. Se mi avessero inquadrato durante Lecce-Torino del settembre 1985, mi avrebbero visto che piangevo: sì, volevo la coca-cola; non pensavo al problema della sicurezza. Quel giorno il botteghino registrava 48.800 paganti, in uno stadio che adesso non tollera più di 35.000 spettatori per "motivi di sicurezza".
Questa maledetta domenica ci ha dato un altro potente spaccato di una società malata, che si chiede continuamente "È sicuro? È sicuro?" (come ripeteva ossessivamente il torturatore nazista ne "Il Maratoneta"), e vuole che il mondo, il minaccioso mondo esterno alla porta di casa, si srotoli come un tappeto rosso di situazioni, attutite, facilitate, edulcorate, anestetizzate: come da palinsesto televisivo. Quando mio padre mi portava allo stadio, in qualche modo mi preparava alla differenza fra la partita e la messa, o la visita da una vecchia zia. Mi diceva "Adesso andiamo allo stadio", non "Adesso andiamo al sicuro". E io ero felice, e lì trovavo parecchi bambini, contenti di crescere in un mondo di gol e bandiere, striscioni e gestacci, bestemmie e petardi.
"Per svelenire un po' il clima", come propone da sempre il miglior Luca Giurato, vi giro una cosa che mi è passata per la testa davanti ad un foglio bianco e una lettera 35 Olivetti:
"Ultimo viene il burro": l'ultimo agghiacciante documentario del National Geographic sulle esplorazioni anali del Dottor Livingstone
In tempi di Partito Democratico, ho censurato e messo a tacere. In tempi di pacchetti sicurezza e decreti d'urgenza, ho espulso. Ho dovuto ricorrere a una misura odiosa perché mi sono ritrovato anch'io di fronte al mio Mailat, all'impresentabile, alla nemesi di ogni forma di integrazione. Così ho cancellato gli ultimi commenti dell'anonimo pitocco che da più di un anno trolleggia da queste parti. Mi hanno già telefonato Gianfranco Fini e Giuliano Amato per testimoniarmi tutta la loro solidarietà.